XXXV Congresso
Società Italiana di Neurologia

IL CONGRESSO ON LINE

PRIMA GIORNATA - SABATO 25 SETTEMBRE 2004
I REPORT DALLE SALE CONGRESSUALI

INTERVISTA AL PROF. VINCENZO BONAVITA

Perché la vertigine è un sintomo importante in Neurologia?
La vertigine è un sintomo importante non solo in neurologia, ma per qualunque pratico, poiché puo ’ essere un rilievo di nessuna rilevanza clinica per quanto riguarda la gravita ‘ o le prospettive di vita del paziente, o puo ’ essere spia di una condizione così grave da comportare rischio per la vita. In una delle immagini che vi ho mostrato nella relazione di questa mattina venivano presentate da un lato condizioni benigne come la vertigine parossistica posizionale benigna, entità molto frequente, tanto da rappresentare circa il 20% di tutte le vertigini. Sullo stesso versante, cioe ’ quello delle vertigini non gravi, vi sono le vertigini vissute da chi soffre da fobia sociale con o senza attacco di panico. Dall’altro lato invece si annoverano condizioni gravissime come l’infarto cerebellare, i tumori dell’angolo ponto-cerebellare, l’insufficienza vertebro-basilare, l’estensione leptomeningea di processi infettivi otomastoidei. Proprio questa estrema diversità nell’ eziologia delle vertigini dice dell’importanza cruciale della loro corretta diagnostica. Certamenente la vertigine e ’ una delle esperienze piu’ frequenti che vengono riferite al neurologo e probabilmente solo in seconda battuta all’otoiatra. E’ necessario che il neurologo sia cosciente del fatto che l’otoiatra può essere estremamente utile nel percorso diagnostico che deve essere intrapreso, ma va anche tenuto presente che alcune vertigini sono prettamente di pertinenza neurologica.
Come suggerisce Professore di affrontare il problema diagnostico delle vertigini?
Credo che in questo caso, come in qualunque problema clinico, sia necessario partire dalla storia ed elaborare congetture che saranno tanto più numerose quanto piu’ elevato il numero delle conoscenze di cui il clinico neurologo dispone. Per sgomberare in qualche modo il campo e’ necessaria l’acquisizione, attraverso la storia clinica, di dati che riguardano :
1 la modalita’ di presentazione
2 la coesistenza di sintomi neurologici, cui potranno poi corrispondere all’esame clinico del paziente segni neurologici.
3 la coesistenza di sintomi audiologici. Dopo di che si cercheranno segni audiologici in sede di osservazione clinica del malato.
4 stabilire se vi e’ scatenamento con i movimenti del capo, anche se va detto subito che lo scatenamento della vertigine con in movimento del capo non e’ un dato tale da consentire diagnosi localizzatoria
5 l’evoluzione temporale del disturbo.
Questo porta ad una sistematica che distingue le vertigini acute e croniche. Vorrei però ricordare che una vertigine acuta puo’ durare a lungo e non per questo essere cronica, perche’ comunque va incontro a risoluzione, mentre una vertigine cronica, pur nella cronicità, può avere una peculiarità che è la ricorrenza.
Questi credo che siano gli elementi essenziali che la storia clinica deve acquisire e poi confutare attraverso l’esame clinico del paziente e gli esami strumentali. Vorrei anche ricordare che gli esami strumentali sono il tempo ultimo della confutazione delle congetture derivate dalla storia clinica. In fondo quello che io ripropongo è il metodo della “diagnosi per eliminazione” che ha avuto un suo precursore in Augusto Murri ad inizio del secolo scorso; bisogna dire che Murri, nel momento in cui insegnava metodologia clinica elaborava di fatto quella la filosofia della conoscenza che poi ha avuto il suo sviluppo filosofico ad opera di Karl Popper.
(I. Bonanni, F. Cioli, A. Leonardi, M. Pizzorno)

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